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05 Ago 2008 - 17:18:15
Kaijl - Storia di una redenzione
Uno
Era passato più di un mese, credo, dal mio arrivo sulla terraferma. Avevo cancellato con cura le mie tracce per più di cento metri, prima di entrare nella grotta per riposare. Naturalmente mi ero accertato che non fosse già abitata, perché non mi sarebbe piaciuto dividere “l’alloggio” con un altro inquilino, magari bellicoso o infuriato perché qualcun altro aveva occupato il suo giaciglio. Nella grotta avevo trovato soltanto piccole ossa di uccello e ne dedussi che l’unico occupante della grotta, doveva essere un piccolo rapace notturno: anche se mi avesse visto, non si sarebbe disturbato a svegliarmi, ma avrebbe atteso la mia partenza prima di rientrare a “casa”. Era ovvio che in ogni caso non potevo stare tranquillo, quindi non avevo acceso il fuoco e mi dovetti accontentare di mangiare della carne secca, prima di dormire. Mi avvolsi nel mantello, poggiai la schiena alla parete della grotta e mi assopii.
Mi trovavo sul versante orientale della Catena della Paura, come la chiamavano gli Uomini del Regno di Vynon. I krèmoni dei territori dell’Auvendravjstan, nella loro rozza lingua, le chiamavano Barakandur Varjstan, Montagne degli Uomini. In queste terre il sole sorgeva sempre molto tardi e, quando mi svegliai da un sonno irrequieto e popolato da incubi della peggior specie, i suoi caldi raggi non avevano raggiunto neanche i territori sottostanti, se mai lo facevano. Penso che le Colline della Pioggia non vedano mai il sole, poiché sono sempre coperte da una coltre di nubi temporalesche che, forse, dipendono dai sacrifici umani che gli sciamani dei krèmoni fanno per ingraziarsi le loro oscure e sanguinarie divinità.
Su queste montagne aspre e nevose era difficile trovare cacciagione e mi dovevo accontentare di carne essiccata e gallette, che furono la mia colazione quel giorno. Avevo finito il kôshom e dovevo procurarmene al più presto, per questo, contavo di oltrepassare le montagne il più in fretta possibile, così da arrivare nel Regno di Vynon e comprare dell’Erba Sacra. Certo, potevo farne a meno, ma per i compiti che il Gran Sacerdote ci affidava di volta in volta, il kôshom era indispensabile, grazie ai poteri che ci dava. Essere più veloci, più reattivi e con i cinque sensi più affinati era sempre un grosso vantaggio per gente come noi.
Dopo l’incontro con il cacciatore di taglie a Terja, non avevo ancora fatto ritorno alla Grande Sala delle Riunioni, ma, sicuramente, il Gran Sacerdote aveva saputo del buon esito della mia missione. Mi considerava un cane sciolto e faceva bene: non mi era mai piaciuto prendere ordini e, quando potevo, andavo per la mia strada infischiandomene delle regole e delle disposizioni dei Sacerdoti di Yana. D’altronde questi avevano decine di adepti da comandare e mandare al macello e a me faceva piacere pensare di avere la mia indipendenza.
Mi misi in cammino di buon ora: per il Passo del Serpente dovevo ancora percorrere due, forse tre, decine di chilometri sul sentiero. Non mi sentivo tranquillo su queste montagne: se ci fosse stata un’aquila nera o qualche altro uccello gigante mangiatore di uomini, mi avrebbe visto a chilometri di distanza perché, con il mio mantello nero, la mia figura spiccava sulla neve come una bella ragazza in mezzo a dei nani. Naturalmente non mi preoccupavo soltanto delle grandi aquile, ma anche dei krèmoni: su queste montagne, specie in prossimità dei passi, era facile trovarne a centinaia. Per un krèmone un Uomo è sempre una preda ambita, golosi come sono della nostra carne e, se la notizia che un uomo aveva ucciso il Grande krèmone delle Colline era giunta fin sulle montagne, potevo stare certo che sarei stato braccato come un animale da preda. Inoltre, volevo arrivare al più presto in un luogo civilizzato, impaziente di leggere le carte che, pochi giorni prima, avevo trafugato proprio al Grande krèmone.
Spronato da questi pensieri, aumentai l’andatura, maledicendomi per non aver conservato del kôshom: avrei potuto procedere molto più velocemente sotto l’effetto della Vyalyshawan, l’Erba Sacra. Qualche ora dopo mi fermai a riposare e diedi uno sguardo alla strada che mi ero lasciato alle spalle: il sole illuminava le terre sottostanti o almeno avrebbe voluto farlo, se non fosse stato per le nubi che, poche centinaia di metri più in basso, oscuravano interamente il paesaggio. L’umidità, nelle valli dell’Auvendravjstan, non permetteva al sole di scaldarne la terra e, per questo motivo, erano i luoghi più freddi dell’intera Isola di Veypërjan che per il resto aveva un clima caldo e secco.
Guardando il cielo attorno a me non scorsi nulla di allarmante, ma non significava molto, poiché a causa del riverbero della neve sugli occhi era difficile vedere qualcosa il quel cielo azzurro e limpido. Era incredibile come il clima potesse cambiare così tanto poche centinaia di metri più in basso! In ogni caso, non faceva caldo: era febbraio ed il freddo dell’inverno era ancora pungente, specie sulle montagne. Fortunatamente non c’era vento, altrimenti il mio cammino sarebbe stato molto più difficile. Guardai nuovamente verso l’alto e mi accorsi che dovevo percorrere ancora molta strada prima di arrivare al Passo del Serpente, quindi, mi avviai deciso per il sentiero.
Dopo pochi passi però, qualcosa mi disse che avrei fatto meglio a nascondermi fra la vegetazione e così feci. Fu una giusta intuizione, perché uno stormo di arpie passò velocemente a pochi metri da me. Le immonde bestie alate non si curarono delle mie tracce, perché erano inseguite da un grosso Uccello del Tuono. Non potei fare a meno di assistere allo scontro: con un lampo scaturito da una delle sue zampe, il volatile magico ferì un’arpia, che crollò a terra svenuta. Le sue compagne azzardarono allora una manovra spericolata: mentre due di loro soccorrevano la compagna caduta, le altre, con un incredibile cambiamento di direzione, si gettarono urlando addosso al nemico, che non si aspettava una reazione tanto repentina. Gli si erano avvicinate troppo e, non potendo usare i suoi fulmini, fu costretto a servirsi degli acuminati artigli e del forte becco per contrastare la massa urlante.
Io, intanto, rimasi riparato dietro un cespuglio e, caricata la balestra e allentata l’ascia che avevo alla cintura, continuai ad osservare l’andamento dello scontro.
Le due arpie avevano messo in salvo la compagna ferita, mentre altre quattro continuavano a tempestare di morsi e unghiate il dorso dell’uccello del tuono, che cercava di posarsi sul sentiero. Tre altre arpie giacevano sul terreno prive di vita. Improvvisamente le arpie si staccarono dalla schiena del loro avversario e volarono via.
L’uccello del tuono sembrava soffrire parecchio. Si trovava o meno di dieci metri dal mio nascondiglio e notai che aveva la schiena piena di ferite e le ali molto malridotte: sarebbe stato difficile per lui riprendere a volare. Sapevo quanto poteva essere pericoloso anche se non poteva più volare, quindi colsi subito l’occasione: presi la mira e scagliai un piccolo ma micidiale dardo della balestra verso il suo petto e, lasciata l’arma a terra, misi mano all’ascia. Il dardo lo colpì in pieno petto, facendolo urlare di dolore. Avvicinandomi velocemente, lasciai partire un fendente con la mia ascia da battaglia. La testa si staccò dal corpo ed io mi allontanai con un balzo, per evitare il corpo dell’uccello che si contorceva negli ultimi spasmi. Dopo che si fu fermato, presi il mio coltello, aprii la pancia del mostro e ne colsi il fegato, perché sapevo che vi si poteva ricavare uno dei più potenti antidoti conosciuti. Vendendolo ad un alchimista ne avrei ricavato un bel gruzzolo! Ero stato fortunato.
Dall’uccello del tuono ricavai anche una buona scorta di carne, perché era buono da mangiare. Delle arpie neanche a parlarne, la loro carne era dura ed amara e, anche dopo averla bollita, era poco meno schifosa di quella dei krèmoni. Non che ne avessi mai mangiata ma, a detta di uomini senza scrupoli, alla carne dei krèmoni erano preferibili le feci di un bambino. Nel tardo pomeriggio giunsi in prossimità del passo ed ero indeciso se valicarlo o meno durante la notte, perché le probabilità di incontrare dei krèmoni si facevano più alte con le tenebre. Restava il problema di trovare un riparo: non avevo dove dormire e, se i krèmoni mi avessero sorpreso all’aperto, mi avrebbero fatto rimpiangere di essere nato.
Ero ancora indeciso, quando un forte colpo alla schiena mi stordì e mi fece barcollare. Voltandomi, mi resi conto che la piccola balestra presa al cacciatore di taglie a Terja mi aveva salvato la vita: una rozza freccia nera, di quelle usate dai krèmoni, si era conficcata sulla mia arma rendendola inutilizzabile. Una dozzina di quelle abiette creature mi aveva individuato e urlando si erano messi in caccia! Mi calai per schivare una seconda freccia, mi voltai ed iniziai a muovermi in avanti zigzagando, per offrire un bersaglio meno facile. Avanzare nella neve non era per niente facile, ma fortunatamente anche i miei inseguitori avevano i loro problemi.
Non avevo alcuna possibilità di sopravvivere ad uno scontro così impari, quindi dovevo fare di tutto per liberarmi di qualcuno di loro, ferirli o meglio ucciderli. Voltandomi di frequente osservavo i cacciatori e, dopo alcune centinaia di metri, notai i due più veloci che si erano avvicinati distanziando gli altri.
Il terreno, intanto, era cambiato. La neve era più dura, quindi si riusciva quasi a correre. Decisi che i due più vicini sarebbero state le prime vittime della mia ascia e voltata una curva del sentiero, mi nascosi dietro ad un masso e sfilai l’arma dalla cintura, preparandomi a colpire. Quei secondi di attesa furono angoscianti. Temevo che si accorgessero dell’assenza del rumore dei miei passi, ma non ebbi molto tempo per pensare, infatti, pochi istanti dopo, i due krèmoni spuntarono dalla curva. Lasciai partire un fendente con l’ascia, conficcandola profondamente nello stomaco del krèmone; nel momento in cui la mia arma squarciava il ventre del mio nemico, presi dalla sua mano la corta spada ricurva che impugnava e, con un colpo ben calibrato, spiccai la testa dal corpo del secondo inseguitore.
Recuperata la mia ascia con la mano libera, mi voltai e ricominciai a correre: senza accorgermene, però, ero quasi arrivato al Passo del Serpente e questo aumentava le mie probabilità di salvezza!
L’inseguimento durava ormai da diverse decine di minuti. I krèmoni avevano una elevata resistenza nella corsa e, anche se non erano molto veloci, avevano guadagnato terreno. Sentivo i loro grugniti e riuscivo a sentire persino il ritmo del loro fiato.
Cominciavo a respirare a fatica e sudavo parecchio. Mi vinse lo sconforto, pensai che non sarei mai riuscito a sopravvivere, era così arrivata la fine della coraggiosa esistenza di Kaijl l’Uccisore? Morto per mano di alcuni repellenti e stupidi krèmoni, su una montagna senza nome? No, non nutrivo più molte speranze, quindi mi fermai e mi voltai per affrontare i miei nemici e portarne il numero più alto possibile con me nell’altra vita.
I krèmoni rallentarono anch’essi e si fermarono a pochi passi da me. Stavano tutti riprendendo fiato, prima del massacro, perché erano consci del fatto che i primi di loro ad avvicinarsi sarebbero caduti sotto i miei colpi furenti e disperati. Proprio mentre stavo per gettarmi a capofitto in braccio alla morte, un urlo di guerra, seguito da una fitta pioggia di frecce si abbatté su di loro.
Molti furono quelli ad essere colpiti, ma pochi quelli che ne ebbero un vero danno. Due si accasciarono e non si alzarono mai più, tre furono colpiti ad un braccio e due agli arti inferiori, ma questi strapparono ferocemente le frecce urlando di dolore e di rabbia. Tutti gli altri riuscirono a schivarle o a bloccarle con i pesanti scudi che imbracciavano.
Subito dopo le frecce, sbucarono circa dieci uomini da nascondigli improvvisati, brandendo lance da orsi o pesanti asce bipenne. Si difendevano con grandi scudi tondi, sui quali era disegnata la testa di un cinghiale. Gli uomini erano bassi e tarchiati, le tempie tatuate di blu e lunghe barbe rosse pendevano dal mento e arrivavano fino a metà del petto. Erano guerrieri terribili ed assalirono i krèmoni con una foga quasi gioiosa. Mi unii alla loro carica e, urlando ed imprecando, feciroteare la mia ascia ed iniziai a colpire.
I nostri avversari si difesero bene. Molti dei nostri caddero colpiti a morte, e molti pure furono i feriti, ma chi subì il maggior numero di perdite furono proprio i krèmoni, che morirono dal primo all’ultimo. In un’occasione me l’ero vista brutta: avevo atterrato un bestione di quasi due metri; questo, cadendo, mi era finito addosso facendomi inciampare e facendomi finire a tiro della scimitarra di uno dei suoi imbestialiti compagni, che mi avrebbe fatto saltare la testa se Fluvaën, il Capitano degli Uomini, non lo avesse trapassato con la sua lancia.
Alla fine della battaglia ero imbrattato di sangue, ma neanche una goccia era mia. Come sempre ero stato fortunato, non avendo ricevuto che qualche leggero graffio sulle braccia. Mi chiedevo quanto sarebbe durata la mia fortuna: la maggior parte della gente che conoscevo fare il mio “mestiere” aveva il volto sfregiato da qualche ferita.
Quelli che mi avevano salvato erano rozzi uomini delle montagne, bassi ma molto forti e robusti. Indossavano pellicce di animali che proteggevano bene quanto una cotta di maglie ed in più riparavano dal freddo. Il loro capitano, Fluvaën, li aveva guidati al Passo del Corvo perché da qualche mese era da lì che provenivano le più dannose scorrerie dei krèmoni delle colline. Si era deciso a rintuzzare gli attacchi prima che fosse troppo tardi per le fattorie ed i villaggi ubicati dall’altra parte delle montagne.
«Allora», mi disse attorno al fuoco, mentre i suoi facevano rosolare un piccolo cervo, «cosa ti ha spinto fin qui in questa stagione? Non mi dire che sei uno di quei fanatici cercatori di tesori che si spingono nell’Auvendravjstan alla ricerca delle civiltà perdute!».
Mi misi a ridere: «No, non sono proprio così stupido! Sono stato tradito da una guida che assunsi alla Città della Stella, dall’altra parte di questa atroce regione. Non sapevo cosa mi aspettava, poiché provengo da molto lontano ad est», non volevo rivelargli troppo su di me, perché non mi ero mai fidato dei soldati di professione, «Ho perso tutti i miei compagni in un imboscata, poi nascondendomi e viaggiando in fretta sono arrivato al Passo, ma fui scoperto ed inseguito».
«Noi ti abbiamo visto spuntare dalla curva e fare fuori due krèmoni. Abbiamo capito che eri inseguito e ci siamo nascosti, nella speranza che riuscissi a portarli a tiro delle nostre armi. Vedi, le nostra occupazione preferita, quando non ci scanniamo tra noi, è proprio quella di dare la caccia ai krèmoni!».
Tutto sommato Fluvaën era simpatico. Mi raccontò che facevano parte del Clan del Cinghiale, uno dei tanti gruppi guerrieri che esistevano nel regno di Vynon, nel quale mi apprestavo ad entrare. Vivevano in una valle vicina al passo ed erano continuamente in stato di allerta, perché da qualche mese i krèmoni si moltiplicavano come formiche e non solo assaltavano fattorie isolate, ma osavano penetrare nei villaggi per procurarsi gli schiavi, indispensabili per i loro sacrifici. Doveva esserci qualcosa di grosso in ballo, pensava Fluvaën.
Finito di mangiare, furono assegnati i turni di guardia e ci avvolgemmo nelle coperte. Faceva un freddo cane ed il sole era tramontato presto come sempre, su quelle montagne. Mi accampai un po’ in disparte, per dare un’occhiata alle carte che avevo trafugato dal covo del Grande Krèmone delle Colline in tutta tranquillità. Avevo pensato che le avrei guardate nel primo villaggio che avrei raggiunto, ma, adesso che avevo qualche ora di tranquillità, ne approfittai.
Quando le avevo prese, non sapevo se fossero importanti o meno, però, considerato che erano conservate insieme al tesoro personale del Grande Krèmone, pensavo dovessero contenere delle informazioni che mi sarebbero state utili.
Niente. Erano scritte nella lingua oscura e gli unici segni che riuscivo a capire erano quelli di “uomo” vicino a quello di “guerra”, ma questo non voleva dire nulla, perché in ogni documento dei krèmoni erano presenti queste due parole. Quello che mi sembrava strano era che il documento era lungo, troppo per esseri come loro, e sembrava essere articolato, con diverse indicazioni geografiche e strategiche. Una mappa sembrava disegnata su un foglio a parte.
Riflettendoci su, giunsi alla conclusione che doveva essere stato scritto da qualcuno con una certa istruzione, perché i segni erano chiari e ben definiti, mentre i krèmoni, quelle rare volte che scrivevano, erano rozzi e poco precisi. Provai a non pensarci più per quella notte: riposi le carte nella borsa, mi avvolsi nella coperta che i soldati mi avevano gentilmente prestato e cercai di prendere sonno.
Non vi riuscii. In quelle carte c’era qualcosa che mi aveva lasciato perplesso, quasi inquieto, come se contenessero un male troppo grande. Un ragionamento si fece strada nella mia mente: nell’uccidere, che differenza c’era fra me ed un krèmone? Io sono più metodico, mi dicevo, lascio meno al caso, cerco di colpire in modo che non mi si possa più attaccare. Per dirla in una parola, sono più intelligente di un krèmone, anche quando si tratta di ammazzare.
Ecco cos’era! Il documento era stato scritto da qualcuno in possesso di un’intelligenza superiore a quella di un krèmone! Elfi? No, impossibile, gli elfi non scrivevano nella lingua oscura. Uomini? Ovvio, ma che tipo d’uomo avrebbe scritto un documento nella lingua oscura e lo avrebbe dato al Grande Krèmone delle Colline? Certamente qualcuno che aveva interesse a che i krèmoni creassero il panico per poterne approfittare!
Dopo lunghe elucubrazioni ed ipotesi scartare arrivai ad una conclusione: sapevo abbastanza dei piani del Grande Sacerdote di Yana per fare questa semplice associazione mentale. Il Capo del mio Ordine di Assassini, il più temuto delle Grandi Isole, era in combutta con i krèmoni e, perché no, con il Male latente che si travava ad ovest, quello stesso Male a causa del quale io ero diventato quello che ero, un Uccisore. Certo le mie erano soltanto teorie, forse sbagliate.
Ma quella notte non mi lasciarono dormire.

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