06 Ago 2008 - 13:27:49
Kaijl - Storia di una redenzione
Due
Dall’alto dellatorre, il Conte Alfôn riusciva a vedere tutta la Pianura del Kôshom e granparte della Pianura del Muymyr. Sapeva già che la strega Klea e Gôryn sarebberoarrivati a giorni sulle sue terre e si sarebbero presentati a lui con qualcherichiesta assurda, come vietare la vendita del kôshom o ridurre le tasse sulleesportazioni di granturco.
Non rimpiangevaaffatto la sua vita precedente. Da quando era arrivato nel Regno di Cinyth, nonaveva fatto altro che accumulare denaro e potere, fama e gloria. Quando eraarrivato, ventisei anni prima, la sua statura aveva sgomentato i piccoli uominiche vivevano in quelle terre e, quando si era reso conto delle sue capacitàstraordinarie, aveva piegato al suo volere decine di uomini, che eranodiventati il suo esercito personale. Da circa sette anni, aveva convinto il ReDemyakos III a nominarlo Conte e ad affidargli l’amministrazione del territoriopiù ricco del Regno, la Conteadi Tôrrë.
Mentre era immersoin queste elucubrazioni, sentì bussare alla porta:
«Avanti!».
Un uomo attempato,ma ancora robusto, entrò nella grande sala riscaldata da un enorme camino. EraGjakal, il suo attendente, l’unica persona della quale si fidava ciecamente.
«Parla, non perderetempo!», disse il conte.
«Mio Signore, ègiunta la strega Klea con il suo accompagnatore, Gôryn. Chiedono di potertiparlare il più presto possibile».
«Falli accomodarenella saletta, che aspettino».
La loro visita nonlo stupì: sapeva che ogni anno in quel periodo, la strega più potente delmondo, Klea Eb Urjak, si recava a trovarlo.
Ventisei anni prima,all’inizio dell’anno 417 della Nuova Era, nel mese di marzo, il Sommo Stregone Thorghamlo aveva strappato alla sua squallida vita di operaio e lo aveva portato nelPekinyron, conferendogli la forza di venti uomini, la velocità del vento, lavista dell’aquila ed un altro potere davvero incredibile: in quel mondoregolato dalla magia, lui era immune a qualsiasi incantesimo! Thorgham lo avevachiamato Krùysek che, nell’Antico Linguaggio, significava “Il Possente”. LoStregone era riuscito ad imporgli i suoi desideri con la minaccia di rispedirloalla misera vita che conduceva nel mondo dal quale era venuto.
Dopo sette anni dirisentita sottomissione Krùysek lo uccise, facendo ricadere la colpa sul piùgrande nemico del Sommo Stregone, Weshtel il Nero. Chi non aveva mai creduto alsuo racconto era la più potente strega del mondo, Klea figlia di Urjak che,comunque, non aveva mai potuto provare i suoi sospetti.
Dopo aver lasciatopassare quasi mezz’ora, chiamò Gjakal e gli ordinò di far entrare la streganella Sala delle Udienze, una grande stanza dai soffitti affrescati e dallepareti coperte da pesanti arazzi, tranne nei punti in cui erano alcune grandifinestre, ad est e ad ovest. In fondo alla sala rettangolare, si trovava unseggio di legno con un’alta spalliera decorata con scene di caccia al cinghialee con i braccioli scolpiti a forma di testa di lupo. La luce proveniva daoccidente, ed il sole aveva già percorso metà del suo cammino durante quellamattinata. Il Conte ancora non riusciva ad abituarsi al sole che percorreva ilcielo nel senso opposto rispetto a quanto faceva nel suo mondo, cioè chesorgeva ad ovest e tramontava ad est. Comunque, era passato molto tempo daquando si era stupito di ciò.
La donna che entrò,la strega, era alta e snella e una cascata di lunghi capelli rossi leincorniciava il volto. La sua pelle era chiara e liscia e la si sarebbe dettapoco più di un’adolescente. Il suo incedere era elegante e nello stesso temposicuro di se, in un certo senso altezzoso.
Ciò che dissolveval’idea di avere a che fare con una giovane donna, erano i suoi occhi colorsmeraldo: esprimevano un’acuta consapevolezza del mondo e una luce di saggezzasi sprigionava da essi. Erano gli occhi di una persona che aveva oltrepassato iconfini del Tempo, tornata nel mondo carica di Conoscenza.
Gôryn invece era ilprototipo del guerriero: di altezza media (cosa strana in quella parte delmondo, dove tutti erano in genere piuttosto bassi di statura), le spalle larghee robuste e le gambe ben piantate per terra. Era vestito in manieraappariscente, come se volesse incutere timore, indossando una lucente cotta dimaglia che, alla luce del sole proveniente dalle finestre, sembrava luccicarecome l’acqua di un lago. Non aveva elmo e la testa rasata rendeva trucel’espressione dei suoi occhi. Due grossi cerchi d’oro gli ornavano le orecchie.Da una pesante cintura smaltata pendeva una lunga spada, contenuta in un foderodi fattura elfica riccamente decorato con intarsi dorati.
In generale la suafigura contrastava nettamente con quella della sua padrona: la donna indossavauna disadorna tunica verde scuro, con un cappuccio dello stesso colore. Nonportava gioielli, ma ciò non le serviva, poiché emanava un alone di bellezzaincommensurabile se lo desiderava, e così apparve al Conte: una bellezzadisarmante, quasi ultraterrena. Sapeva che questa era la sua migliore armacontro quell’uomo capace di resistere a qualsiasi incantesimo senza il minimosforzo.
«Buona vita, Klea EbUrjak! Sono lieto di riceverti nelle mie modeste sale! Sono spiacente di avertifatto attendere, ma gravosi erano i miei impegni di governo».
Klea non potevapiegare il Conte alla sua volontà e, nonostante non sopportasse i formalismi,era costretta ad adoperarli. In effetti, nel Pekinyron, era difficile trovareun mago o uno stregone che usassero le forme di saluto consuete: raramenteparlavano con gli uomini senza assoggettarli o renderli succubi ai lorodesideri.
«Buona vita a te,Conte Alfôn! Sono certa che i tuoi erano impegni davvero improrogabili, quindinon te ne voglio per avermi fatto attendere in anticamera! Spero che le cosevadano bene, nel tuo piccolo regno!».
«Cosa dici, miaSignora! Il mio non è un regno, ma solo una piccola parte di quello che è ilglorioso Regno di Cinyth!».
«So bene come tu sialigio al nostro sovrano, Conte. Volevo soltanto scherzare!».
Per qualche minutonella grande sala regnò il silenzio. Il Conte non sapeva ancora il motivo dellavenuta della strega, poiché fra i suoi poteri non vi era quello di leggerenella mente altrui, meno che mai in quella di un Praticante della Magia. Lementi di costoro erano infatti protette da forti incantesimi, che nascondevanole loro intenzioni anche ai più potenti fra loro.
Lo sguardo dellastrega vagava nella grande sala illuminata dal sole del mattino. Ad un trattodisse:
«Questa sala eramolto diversa, prima del tuo arrivo, Conte. Tutta la torre era molto diversa,cento anni fa. Non era molto alta, né possente come adesso. Hai fatto eseguiremolti lavori, dal tuo arrivo!».
Il Conte Alfôn erastupito da quest’affermazione: dove intendeva arrivare con questi discorsi?Rispose il più cortesemente possibile:
«Si, in effetti hocercato di renderla più confortevole e più sicura».
«Sono certa che haiutilizzato molte delle conoscenze del tuo mondo… ad esempio, non avevo maivisto un tetto costruito con questo metodo! Perché non me ne parli?».
Il Conte nonsopportava che gli si ricordasse la sua provenienza, ma non era ancora giuntoil momento di sfidare la strega, quindi decise di soprassedere e di rispondereancora una volta cortesemente:
«Mia signora, sono lusingato che tu mi chieda notizie del mio mondo!», dentrodi se si chiedeva il perché di tutto questo interesse, «Nella mia terrafabbricavo edifici, anche molto più grandi di questo. Per costruire i tettidelle case utilizzavo delle traverse in cemento armato… ma tu non puoi saperecos’è! Lascia che ti spieghi: è una mistura di calcare ed argilla fattariscaldare e poi trattata in modo particolare. In seguito si mescola all’acquae diventa un materiale robustissimo. Lo si inserisce in delle gabbie di legno eall’interno di queste gabbie si pongono delle lunghe bacchette di ferro,cosicché diventa un ottimo materiale da costruzione».
La spiegazionecontinuò per qualche minuto, e la strega si mostrò interessata alla “lezione”.
«Ti servono apreparare le bacchette di ferro, i forni presenti in gran numero nei dintornidella città? Non a forgiare armi?».
«Perché dovreiforgiare armi, mia Signora? Tutte quelle che servono le acquisto dal Re e dalleSue armerie!».
La strega nonsembrava del tutto convinta, ma non tornò sull’argomento. Portò la discussionesu questioni amministrative e legate alla realizzazione dei canali nellaPianura del Muymyr, trovandola una cosa eccellente per l’agricoltura. Poi feceuna domanda che al Conte parse davvero molto strana:
«Nel tuo mondo diprovenienza, Conte, sono tutti capaci di costruire con il cemento armato?».
«No, certo che no!Anzi, direi che non sono molte le persone in grado di farlo. Io ne sono capaceperché era questo il mio lavoro!».
«Quindi sei passatoda semplice costruttore a padrone del territorio più fertile del Regno!Complimenti, davvero un bel salto di qualità!».
Il Conte fremette diindignazione! Come si permetteva di insultarlo a quel modo? Si rese però contoche la strega intendeva bellamente provocarlo e riuscì a dissimulare:
«In effetti è statadavvero una fortuna per me, arrivare nel Pekinyron!».
Sapeva che, seavesse usato la forza, né la strega né Gôryn, che fino a quel momento erarimasto in disparte ed in silenzio, avrebbero potuto resistergli. Sapeva peròche un attacco frontale alla strega si sarebbe risolto in un disastro. Avevavisto di cosa era capace quella donna: le aveva visto evocare un Demone diFuoco alto dieci metri e sapeva che, anche se le sue capacità erano davveronotevoli, non sarebbe riuscito a sopraffare un essere di quella potenza. Quandoaveva ucciso il suo evocatore, il Sommo Stregone Thorgham, lo aveva colto disorpresa e non gli aveva lasciato il tempo di reagire. Sapeva che Klea EbUrjak, nonostante l’aria distratta, stava sempre in guardia. Il suo sguardovagava nella grande sala, eppure il Conte sapeva che con gli occhi della menteera sempre attenta a qualsiasi suo movimento.
Dopo qualche altrafrase di circostanza, la strega si congedò dal Conte, rifiutando di fermarsiper la notte. Disse che aveva affari urgenti da sbrigare all’ovest, al di làdelle montagne. Quando fu uscita, il Conte chiamò Gjakal, che accorseimmediatamente.
«Convoca Ghelan, eordinagli di seguire la strega ed il suo cane da guardia. Non deve perderli divista neanche per un minuto. Prenda chi vuole con se, e venga a riferire ilmese prossimo al Consiglio dei Fratelli di Yana che si terrà come sempre nellaSala dell’Alto Seggio. Quel giorno verranno anche molti altri fratelli e,probabilmente, avrò altri incarichi da affidare».
Si voltò,dirigendosi verso un grosso baule posto in fondo al grande salone. Da una borsache aveva appesa alla cintura, tirò fuori una grossa chiave, con la quale aprìil lucchetto che chiudeva il baule. Da questo prese una busta di cuoio dimodeste dimensioni e la porse a Gjakal, dicendo:
«Dai questo alFratello Ghelan, che ne faccia un buon uso!».
«Non ti ha dettoaltro?».
«No. Devi seguirli etornare a riferire al prossimo Consiglio dei Fratelli. Mi ha dato questa bustaper te. Sai bene cosa contiene, mi ha detto che è sicuro che ne farai un buonuso».
Gli occhi di Ghelansi illuminarono quando videro la busta. La prese e l’aprì, guardandone conavidità il contenuto:
«Bene, bene! Kôshomdi prima qualità ed in quantità sufficiente per un mese almeno! Vuoi farti unafumata con me, Fratello Gjakal?».
«Vorrei, ma nonposso. Devo tornare immediatamente dal Conte».
«Meglio per me!Riferisci al Conte che parto immediatamente e che porterò con me il FratelloBashtur. È un segugio, quell’uomo!».
Gjakal andò via eGhelan pensò bene che era il caso di prepararsi uno shempji. Lo fumòavidamente, riflettendo sul fatto che non avrebbe potuto fumarne per altri dueo tre giorni e che poi avrebbe dovuto dividerlo con Bashtur
Non rimpiangevaaffatto la sua vita precedente. Da quando era arrivato nel Regno di Cinyth, nonaveva fatto altro che accumulare denaro e potere, fama e gloria. Quando eraarrivato, ventisei anni prima, la sua statura aveva sgomentato i piccoli uominiche vivevano in quelle terre e, quando si era reso conto delle sue capacitàstraordinarie, aveva piegato al suo volere decine di uomini, che eranodiventati il suo esercito personale. Da circa sette anni, aveva convinto il ReDemyakos III a nominarlo Conte e ad affidargli l’amministrazione del territoriopiù ricco del Regno, la Conteadi Tôrrë.
Mentre era immersoin queste elucubrazioni, sentì bussare alla porta:
«Avanti!».
Un uomo attempato,ma ancora robusto, entrò nella grande sala riscaldata da un enorme camino. EraGjakal, il suo attendente, l’unica persona della quale si fidava ciecamente.
«Parla, non perderetempo!», disse il conte.
«Mio Signore, ègiunta la strega Klea con il suo accompagnatore, Gôryn. Chiedono di potertiparlare il più presto possibile».
«Falli accomodarenella saletta, che aspettino».
La loro visita nonlo stupì: sapeva che ogni anno in quel periodo, la strega più potente delmondo, Klea Eb Urjak, si recava a trovarlo.
Ventisei anni prima,all’inizio dell’anno 417 della Nuova Era, nel mese di marzo, il Sommo Stregone Thorghamlo aveva strappato alla sua squallida vita di operaio e lo aveva portato nelPekinyron, conferendogli la forza di venti uomini, la velocità del vento, lavista dell’aquila ed un altro potere davvero incredibile: in quel mondoregolato dalla magia, lui era immune a qualsiasi incantesimo! Thorgham lo avevachiamato Krùysek che, nell’Antico Linguaggio, significava “Il Possente”. LoStregone era riuscito ad imporgli i suoi desideri con la minaccia di rispedirloalla misera vita che conduceva nel mondo dal quale era venuto.
Dopo sette anni dirisentita sottomissione Krùysek lo uccise, facendo ricadere la colpa sul piùgrande nemico del Sommo Stregone, Weshtel il Nero. Chi non aveva mai creduto alsuo racconto era la più potente strega del mondo, Klea figlia di Urjak che,comunque, non aveva mai potuto provare i suoi sospetti.
Dopo aver lasciatopassare quasi mezz’ora, chiamò Gjakal e gli ordinò di far entrare la streganella Sala delle Udienze, una grande stanza dai soffitti affrescati e dallepareti coperte da pesanti arazzi, tranne nei punti in cui erano alcune grandifinestre, ad est e ad ovest. In fondo alla sala rettangolare, si trovava unseggio di legno con un’alta spalliera decorata con scene di caccia al cinghialee con i braccioli scolpiti a forma di testa di lupo. La luce proveniva daoccidente, ed il sole aveva già percorso metà del suo cammino durante quellamattinata. Il Conte ancora non riusciva ad abituarsi al sole che percorreva ilcielo nel senso opposto rispetto a quanto faceva nel suo mondo, cioè chesorgeva ad ovest e tramontava ad est. Comunque, era passato molto tempo daquando si era stupito di ciò.
La donna che entrò,la strega, era alta e snella e una cascata di lunghi capelli rossi leincorniciava il volto. La sua pelle era chiara e liscia e la si sarebbe dettapoco più di un’adolescente. Il suo incedere era elegante e nello stesso temposicuro di se, in un certo senso altezzoso.
Ciò che dissolveval’idea di avere a che fare con una giovane donna, erano i suoi occhi colorsmeraldo: esprimevano un’acuta consapevolezza del mondo e una luce di saggezzasi sprigionava da essi. Erano gli occhi di una persona che aveva oltrepassato iconfini del Tempo, tornata nel mondo carica di Conoscenza.
Gôryn invece era ilprototipo del guerriero: di altezza media (cosa strana in quella parte delmondo, dove tutti erano in genere piuttosto bassi di statura), le spalle larghee robuste e le gambe ben piantate per terra. Era vestito in manieraappariscente, come se volesse incutere timore, indossando una lucente cotta dimaglia che, alla luce del sole proveniente dalle finestre, sembrava luccicarecome l’acqua di un lago. Non aveva elmo e la testa rasata rendeva trucel’espressione dei suoi occhi. Due grossi cerchi d’oro gli ornavano le orecchie.Da una pesante cintura smaltata pendeva una lunga spada, contenuta in un foderodi fattura elfica riccamente decorato con intarsi dorati.
In generale la suafigura contrastava nettamente con quella della sua padrona: la donna indossavauna disadorna tunica verde scuro, con un cappuccio dello stesso colore. Nonportava gioielli, ma ciò non le serviva, poiché emanava un alone di bellezzaincommensurabile se lo desiderava, e così apparve al Conte: una bellezzadisarmante, quasi ultraterrena. Sapeva che questa era la sua migliore armacontro quell’uomo capace di resistere a qualsiasi incantesimo senza il minimosforzo.
«Buona vita, Klea EbUrjak! Sono lieto di riceverti nelle mie modeste sale! Sono spiacente di avertifatto attendere, ma gravosi erano i miei impegni di governo».
Klea non potevapiegare il Conte alla sua volontà e, nonostante non sopportasse i formalismi,era costretta ad adoperarli. In effetti, nel Pekinyron, era difficile trovareun mago o uno stregone che usassero le forme di saluto consuete: raramenteparlavano con gli uomini senza assoggettarli o renderli succubi ai lorodesideri.
«Buona vita a te,Conte Alfôn! Sono certa che i tuoi erano impegni davvero improrogabili, quindinon te ne voglio per avermi fatto attendere in anticamera! Spero che le cosevadano bene, nel tuo piccolo regno!».
«Cosa dici, miaSignora! Il mio non è un regno, ma solo una piccola parte di quello che è ilglorioso Regno di Cinyth!».
«So bene come tu sialigio al nostro sovrano, Conte. Volevo soltanto scherzare!».
Per qualche minutonella grande sala regnò il silenzio. Il Conte non sapeva ancora il motivo dellavenuta della strega, poiché fra i suoi poteri non vi era quello di leggerenella mente altrui, meno che mai in quella di un Praticante della Magia. Lementi di costoro erano infatti protette da forti incantesimi, che nascondevanole loro intenzioni anche ai più potenti fra loro.
Lo sguardo dellastrega vagava nella grande sala illuminata dal sole del mattino. Ad un trattodisse:
«Questa sala eramolto diversa, prima del tuo arrivo, Conte. Tutta la torre era molto diversa,cento anni fa. Non era molto alta, né possente come adesso. Hai fatto eseguiremolti lavori, dal tuo arrivo!».
Il Conte Alfôn erastupito da quest’affermazione: dove intendeva arrivare con questi discorsi?Rispose il più cortesemente possibile:
«Si, in effetti hocercato di renderla più confortevole e più sicura».
«Sono certa che haiutilizzato molte delle conoscenze del tuo mondo… ad esempio, non avevo maivisto un tetto costruito con questo metodo! Perché non me ne parli?».
Il Conte nonsopportava che gli si ricordasse la sua provenienza, ma non era ancora giuntoil momento di sfidare la strega, quindi decise di soprassedere e di rispondereancora una volta cortesemente:
«Mia signora, sono lusingato che tu mi chieda notizie del mio mondo!», dentrodi se si chiedeva il perché di tutto questo interesse, «Nella mia terrafabbricavo edifici, anche molto più grandi di questo. Per costruire i tettidelle case utilizzavo delle traverse in cemento armato… ma tu non puoi saperecos’è! Lascia che ti spieghi: è una mistura di calcare ed argilla fattariscaldare e poi trattata in modo particolare. In seguito si mescola all’acquae diventa un materiale robustissimo. Lo si inserisce in delle gabbie di legno eall’interno di queste gabbie si pongono delle lunghe bacchette di ferro,cosicché diventa un ottimo materiale da costruzione».
La spiegazionecontinuò per qualche minuto, e la strega si mostrò interessata alla “lezione”.
«Ti servono apreparare le bacchette di ferro, i forni presenti in gran numero nei dintornidella città? Non a forgiare armi?».
«Perché dovreiforgiare armi, mia Signora? Tutte quelle che servono le acquisto dal Re e dalleSue armerie!».
La strega nonsembrava del tutto convinta, ma non tornò sull’argomento. Portò la discussionesu questioni amministrative e legate alla realizzazione dei canali nellaPianura del Muymyr, trovandola una cosa eccellente per l’agricoltura. Poi feceuna domanda che al Conte parse davvero molto strana:
«Nel tuo mondo diprovenienza, Conte, sono tutti capaci di costruire con il cemento armato?».
«No, certo che no!Anzi, direi che non sono molte le persone in grado di farlo. Io ne sono capaceperché era questo il mio lavoro!».
«Quindi sei passatoda semplice costruttore a padrone del territorio più fertile del Regno!Complimenti, davvero un bel salto di qualità!».
Il Conte fremette diindignazione! Come si permetteva di insultarlo a quel modo? Si rese però contoche la strega intendeva bellamente provocarlo e riuscì a dissimulare:
«In effetti è statadavvero una fortuna per me, arrivare nel Pekinyron!».
Sapeva che, seavesse usato la forza, né la strega né Gôryn, che fino a quel momento erarimasto in disparte ed in silenzio, avrebbero potuto resistergli. Sapeva peròche un attacco frontale alla strega si sarebbe risolto in un disastro. Avevavisto di cosa era capace quella donna: le aveva visto evocare un Demone diFuoco alto dieci metri e sapeva che, anche se le sue capacità erano davveronotevoli, non sarebbe riuscito a sopraffare un essere di quella potenza. Quandoaveva ucciso il suo evocatore, il Sommo Stregone Thorgham, lo aveva colto disorpresa e non gli aveva lasciato il tempo di reagire. Sapeva che Klea EbUrjak, nonostante l’aria distratta, stava sempre in guardia. Il suo sguardovagava nella grande sala, eppure il Conte sapeva che con gli occhi della menteera sempre attenta a qualsiasi suo movimento.
Dopo qualche altrafrase di circostanza, la strega si congedò dal Conte, rifiutando di fermarsiper la notte. Disse che aveva affari urgenti da sbrigare all’ovest, al di làdelle montagne. Quando fu uscita, il Conte chiamò Gjakal, che accorseimmediatamente.
«Convoca Ghelan, eordinagli di seguire la strega ed il suo cane da guardia. Non deve perderli divista neanche per un minuto. Prenda chi vuole con se, e venga a riferire ilmese prossimo al Consiglio dei Fratelli di Yana che si terrà come sempre nellaSala dell’Alto Seggio. Quel giorno verranno anche molti altri fratelli e,probabilmente, avrò altri incarichi da affidare».
Si voltò,dirigendosi verso un grosso baule posto in fondo al grande salone. Da una borsache aveva appesa alla cintura, tirò fuori una grossa chiave, con la quale aprìil lucchetto che chiudeva il baule. Da questo prese una busta di cuoio dimodeste dimensioni e la porse a Gjakal, dicendo:
«Dai questo alFratello Ghelan, che ne faccia un buon uso!».
«Non ti ha dettoaltro?».
«No. Devi seguirli etornare a riferire al prossimo Consiglio dei Fratelli. Mi ha dato questa bustaper te. Sai bene cosa contiene, mi ha detto che è sicuro che ne farai un buonuso».
Gli occhi di Ghelansi illuminarono quando videro la busta. La prese e l’aprì, guardandone conavidità il contenuto:
«Bene, bene! Kôshomdi prima qualità ed in quantità sufficiente per un mese almeno! Vuoi farti unafumata con me, Fratello Gjakal?».
«Vorrei, ma nonposso. Devo tornare immediatamente dal Conte».
«Meglio per me!Riferisci al Conte che parto immediatamente e che porterò con me il FratelloBashtur. È un segugio, quell’uomo!».
Gjakal andò via eGhelan pensò bene che era il caso di prepararsi uno shempji. Lo fumòavidamente, riflettendo sul fatto che non avrebbe potuto fumarne per altri dueo tre giorni e che poi avrebbe dovuto dividerlo con Bashtur

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