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03 Set 2008 - 10:30:28
Kaijl - Storia di una redenzione

Tre

Terja era una città squallida e puzzolente. Non vi si trovavano né le strade lastricate, né i giardini odorosi di Lynelvas, la Città Verde, Perla dell’Arcipelago. Covo di puttane eprotettori, di contrabbandieri e di molti altri esseri ripugnanti, dalle sue fogne salivano fumi maleodoranti che stordivano chi non era abituato a muoversi fra le risse e gli omicidi che avvenivano regolarmente.

Eppure, Taruk Ab Synijc, il cacciatore di taglie, era sicuro di trovare proprio lì la sua preda, nella città portuale più importante delle isole del nord.

Taruk aveva compiuto quarantotto anni da pochi mesi, trenta dei quali vissuti proprio a Terja. Da venti “esercitava” la professione con la quale era diventato famoso e temuto tra i criminali di ogni paese. Tre anni prima aveva catturato Perduryn, il più ricercato assassino del sud e ne aveva consegnato la testa al sovrano di Reyka. In totale aveva catturato più di cinquanta uomini ed aveva messo da parte un bel mucchio di soldi.

Aveva trovato le ultime tracce dell’uomo che inseguiva da più di quattro mesi nei pressi delle rovine di Gerejan, ai piedi delle montagne, e si era convinto che si fosse diretto verso la città portuale. Probabilmente aveva intenzione d’imbarcarsi.

Il bastardo assassino che inseguiva lo stava facendo imbestialire: era da più di quattro mesi che gli stava alle costole, ma ancora non era riuscito a raggiungerlo. Nessuno lo aveva mai fatto sudare tanto: sembrava precederlo sempre di un soffio, sembrava capire quando bivaccare e quando ripartire senza farsi mai raggiungere.

Se Taruk chiedeva informazioni su di un giovane con i capelli corti e le braccia tatuate, armato con una pesante ascia da battaglia, non faceva fatica a trovarne, ma, per sua sfortuna, la risposta era sempre le stessa:

«Si, mi sembra diaverlo visto… ieri o al massimo ieri l’altro».

Non si nascondeva! Più tempo passava, più Taruk si arrabbiava e più diventava pericoloso, anche per gli innocenti: una settimana prima aveva rotto il naso ad un ragazzo che gli stava servendo del vino perché gliene aveva versato una goccia sul suo bel mantello verde.

I pensieri che maturava si facevano sempre più cruenti: “Quando ti prenderò, perché ti prenderò, maledetto Kaijl, ti strapperò la pelle centimetro per centimetro, strapperò il tuo cuore mentre sei ancora vivo e godrò nel sentire le tue urla”. Era già stato così crudele e sapeva che poteva fare anche di peggio.

Alle guardie di una delle porte della città, chiese dove poteva trovare un fabbro e fu indirizzato verso la “Bottega di Kyrvayn”.

Arrivato a destinazione, si avvicinò al ragazzo piccolo e magro che molava un coltello da macellaio e gli chiese:

«Buona vita,ragazzo. Sei tu Kyrvayn?».

Kreduun, il ragazzo, vide davanti a se una faccia da serpe, sfigurata sul lato sinistro da una lunga cicatrice e ne fu terrorizzato. Balbettò qualche parola sconnessa, tentando didire che Kyrvayn, il padrone, era nel retrobottega.

Estasiato dall’effetto che aveva provocato in quel giovane apprendista, Taruk proseguì con le domande:

«Hai visto un uomo con i capelli corti e le braccia tatuate?».

Il ragazzo riuscì a rispondere senza balbettare troppo:

«Si, signore. Ha lasciato qui la sua ascia, signore. Non si può andare in giro entro le mura armati pesantemente».

«Bene, molto bene»,disse Taruk. Con un’occhiata alla rastrelliera posta in fondo alla bottega, si accertò che l’ascia fosse davvero lì e, vistala, si rivolse ancora al ragazzo:

«Dovresti dare aiuto a questo mio amico», gli disse porgendogli un coltello da caccia lungo due spanne.

«Fai tornare il filo come nuovo, ma attento a non rovinare la lama, se non vuoi che ti scortichi vivo!».

Il ragazzo, tremante, rispose che non aveva da preoccuparsi, poi gli lanciò un’occhiata interrogativa, poiché Taruk aveva l’espressione di un gatto che aveva appena mangiato un grosso topo mentre diceva:

«Finalmente sei mio,bastardo!».

 

Mi guarda con gli occhi lucidi di chi ha bevuto troppo, poi volge lo sguardo verso il bicchiere vuoto che ha in mano e, mentre lo agita sotto i miei occhi per farmelo vedere,torna a guardare verso di me:

«Me ne offri unaltro, Kaijl? Ti prometto che ti farò passare uno splendido quarto d’ora, io e tu… da soli… nella tua stanza. Che ne dici?».

Le rispondo senza neanche guardarla:

«Si, se non sarai tanto ubriaca da crollare addormentata sul letto! Non rompere: non ho più soldi da buttare e non ho alcuna voglia di passare un altro quarto d’ora con te».

Mi giro e mi allontano, seguito da una sfilza di insulti che non mi fanno né caldo né freddo. So che quando avrò altri soldi, Gyanna sarà felice di dimenticare tutte le parolacce del mondo!

Secondo me, il cacciatore di taglie è arrivato. Avevo un vantaggio di circa mezza giornata, quindi dovrebbe essere appena arrivato in città. Sono stufo di farlo girare, voglio proprio incontrarlo. È volenteroso, l’amico, dopotutto è da quattro mesi che mi segue!

Vado nella stanza che ho preso in affitto per togliermi dalla vista della ragazza. Dopo un po’, mentre scendo giù per sedermi ad un tavolo, “sento” che il mio uomo è arrivato in città, e fra un po’ verrà qui e tenterà di uccidermi. Eccitante.

Finalmente si renderà conto del fatale errore che ha compiuto nel mettersi contro di me.

Scendendo lentamentele scale, qualcosa sul palcoscenico attira la mia attenzione: un giullare. Ha un occhio solo mentre l’altro è coperto da una benda colorata. In testa porta un enorme cappello con tre punte, ad una delle quali è appeso un campanello. Nelle altre due mancano, forse sono saltati via. Il suo costume di scena è vecchio e lurido. Comunque, è appena arrivato e ha già attirato l’attenzione di qualche ubriaco e, probabilmente, se non la smette di prendere in giro Lynelvas, qualcuno gli darà un bel pugno e scoppierà una rissa, tanto per cambiare. Quei bastardi della Città Verde sono dappertutto! Io vedrò di starmene lontano, non mi va di essere accoltellato per sbaglio. Dopo sono anche capaci di chiederti scusa. Devo dire comunque che il giullare ci sa fare davvero.

Mi siedo e mi chiedo quanto tempo impiegherà il mio avversario a trovare la taverna dentro la quale sono alloggiato. Non dovrebbe essergli difficile, perché ho seminato tante tracce che saprebbe seguirle anche un bambino!

Eccolo, finalmente! È più brutto, visto da vicino, il cacciatore d’uomini! Mi ha visto anche lui. Bene

 

Mi alzo e vado tranquillamente verso il bancone, mentre lui si fa strada fra gli avventori, con uno spintone qui e lì ed un’occhiataccia ad un paio di ubriachi che, saltellando, stanno picchiando il giullare.

Mi è stato detto che offre da bere alle sue vittime.

Non si rende contoche lo conosco e, raggiuntomi al bancone mi rivolge un sorriso benevolo e mi saluta:

«Buona vita» mi dice. Finge di non avermi riconosciuto. Devo dire che non finge proprio male!

«Buona vita a te, amico» rispondo. «Gradisci da bere?». Penso di averlo sorpreso, perché fa una smorfia che lo rende ancora più disgustoso.

«Certamente», risponde, «ma questo giro lo offro io».

Penso: “Fai il simpatico? Buon per te, non ti resta molto da vivere”, invece dico:

«Per me va bene, quella prosperosa ragazza che tuba con il ciccione li in fondo ha dissestato le mie finanze».

«Ah, le donne! Cosa ci vuoi fare? Oggi a te, domani a me!».

Penso: “Prendi in giro, amico mio?”.

Ordiniamo due whisky doppi e li beviamo in un solo, lungo sorso. Chiunque ci veda deve avere l’impressione che siamo due amici incontratisi dopo molti anni, anche se nessuno dei due ha mai visto l’altro così da vicino. Ha appena posato il bicchiere e quando fa per girarsi verso di me, trova il mio coltello da polso appoggiato decisamente contro il suo fianco.

«Metti le mani sul bancone e non fiatare», gli dico. Lui sembra essere troppo stupito e non riesce a dire nulla, anche se evidentemente vorrebbe parlare. Rispondo alla domanda:

«Come hai fatto acapire?» che gli sento farfugliare:

«Non credo chet’importi veramente!».

«Tu… tu mi conosci?».

«Come hai fatto a indovinarlo? Ho i miei informatori, come penso tu abbia i tuoi. So chi sei,Taruk ab Synijc, e tutti conoscono il tuo modo di agire, ormai. Il problema di voi vecchi è che non vi sapete rinnovare!

«Vuoi saperne una divertente? Qui dentro sono quasi tutti criminali. Anche l’oste ha qualche conto in sospeso con la milizia. E tu sai cosa non sopportano i criminali, vero? Non rispondi? Te lo dico io: non sopportano quelli come te. Non sopportano i cacciatori di taglie, amico mio!».

Sta sudando freddo. Gli ordino di voltarsi lentamente e d’incamminarsi verso l’uscita. Sicuramente pensa che ho intenzione di farlo massacrare, ma voglio solo mettergli paura.

Almeno per il momento.

«Muoviti», gli dico, «e sta attento a non fare scherzi. Qui dentro non mi denuncerà nessuno se ti ammazzo, lo sai. Basterebbe tirare fuori tutti i fogli che tieni nel risvolto del tuo bel mantello verde!».

 

Due figure scivolano silenziose per le vie puzzolenti della città. Non è molto tardi, infatti in tutte le bettole del porto c’è ancora la luce accesa ed un baccano tale da risvegliarei morti. Incrociano due ubriachi che avanzano traballanti, cantando una canzone stonata.

I due uomini sembrano non farci caso. Procedendo uno dietro l’altro, si allontanano dal porto, per andare a finire in una zona vecchia della città. Lì si trovano decine di vecchi capannoni abbandonati: forse una volta erano magazzini, mentre adesso sono il rifugio di topi e barboni e, abbastanza spesso, anche di cadaveri scomodi. È proprio dentro uno di questi magazzini che Kaijl, quello più alto e magro, l’uomo che regge il lungo coltello da caccia, ha portato la sua ultima vittima. Una voce spezza il silenzio.

«Cosa vuoi fare?».

«Tu siedi tranquillo, in silenzio e con la schiena su quel pilastro. Hai davvero un bel coltello, sai? Devi averlo spaventato per bene, il ragazzo del fabbro, perché ha fatto davvero un ottimo lavoro! In effetti devo dire che non deve essere stato difficile intimorire quel mollusco! Inoltre questa piccola balestra è proprio una bella arma, sai? Penso che le terrò entrambe per ricordo, non ti dispiace, vero? Scommetto che non ricordi quanti uomini hai ucciso con questi piccoli gingilli. Non che m’importi più di tanto».

Mentre parla, lega le mani dell’uomo dietro al palo, e questi non riesce a muoversi, tanto sono stretti i nodi.

«Ehi! C’è qualcun altro in questo capannone!», dice il prigioniero con la voce spezzata. Sa cosa lo aspetta e non fa nulla per nascondere le sua paura. Questo pensiero stupisce Kaijl:

«Sei uno strano tipo, Taruk. Davvero! Uno che, come te, è abituato a vedere la paura negli occhi della gente, non dovrebbe agitarsi così, non credi? Comunque non devi preoccuparti per la compagnia… non c’è nessuno più tranquillo di un morto!».

«Chi… chi era?».

«Curiosità legittima la tua! Penso te lo dirò, tanto non credo che andrai a raccontarlo in giro». La frase fa sussultare nuovamente il prigioniero.

«Era un certo Gjaijmë, una specie di Console Verde. Non una gran perdita, no davvero».

«Vuoi dire Gjaijmë ab Kvestash, il Console di Lynelvas qui a Terja?».

«Bravo! Proprio non ricordavo tutti i dettagli! Noto con piacere che invece tu sei ben informato sulle persone importanti. Peccato per te che non lo fossi altrettanto su di me».

Dice quest’ultima frase con un sorriso indecifrabile stampato sulle labbra e tira fuori una piccola bustina di pelle ed una foglia rettangolare. Versa il contenuto della busta sulla foglia e la arrotola, leccandola e chiudendola in pochi, sicuri movimenti.

Lo sguardo di Taruk è concentratissimo sui movimenti di Kaijl e, mentre questi finisce la sua operazione, dice, con voce finalmente un po’ più dura, un po’ più sua:

«Adesso mi spiego tutto, brutto bastardo! Sapevo che c’era qualcosa in te che non andava! Ecco come facevi a precedermi sempre di un soffio!».

«Già. Il kôshom ci permette questo ed altro, caro il mio cacciatore di taglie».

Kaijl accende loshempji e continua a parlare:

«So che mi segui da almeno quattro mesi. Ti ho fatto girare un po’ e devo dire che mi hai fatto divertire! Inoltre, credo che tu ed io siamo simili. Proviamo entrambi gusto ad ammazzare la gente! Capisci, non mi andava di ucciderti senza prima di aver giocato un po’ con te. Sinceramente contavo sul fatto che prima o poi avresti mollato l’osso, ma… evidentemente neanch’io ero informato bene su di te».

Taruk è sfinito. L’attesa lo angoscia ed il suo carceriere continua a scherzare. Per un attimo, ma solo per un attimo, pensa che, dopo tutto, non lo ucciderà.

Kaijl finisce con calma di fumare lo shempji, prende il pugnale da caccia tolto a Taruk e, afferratigli i capelli, tira la testa verso l’alto e, lentamente, molto lentamente, comincia a staccarla dal resto del corpo. Taruk dapprima urla e Kaijl, stufatosi del suo inesistente autocontrollo e, stordito dall’effetto iniziale del kôshom, gli recide la trachea. L’uomo inizia ad emettere un gorgoglìo stentato, che dura ancora pochi secondi, poi il coltello raggiunge la giugulare, tagliandola. Kaijl prosegue il lavoro in silenzio.


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Categorie: Nyron Land

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